COP 30 Amazônia


COP30 in Amazzonia: la “COP della verità” tra speranze e contraddizioni

Si è aperta a Belém, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, la trentesima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP30). È la prima volta che un vertice mondiale sul clima si tiene nel cuore della più grande foresta tropicale del pianeta, e la scelta non è solo simbolica: è un richiamo diretto alla necessità di proteggere le foreste e di ripensare in modo profondo il rapporto fra natura, economia e giustizia climatica.

L’incontro di Belém è stato presentato come la “COP della verità”, secondo le parole del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Un appuntamento che arriva in un momento di forte disillusione internazionale, segnato dal mancato raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi del 2015. A dieci anni da quel patto, il riscaldamento globale non è affatto sotto controllo: le emissioni continuano a crescere, gli investimenti nelle energie fossili restano altissimi e le fonti rinnovabili, pur in espansione, non avanzano con la rapidità necessaria a invertire la tendenza.

La COP di Belém si svolge in un clima politico complesso, con una partecipazione dei capi di stato più contenuta rispetto a precedenti edizioni. Molti leader mondiali, impegnati su fronti interni o su scenari di conflitto, hanno scelto di non essere presenti. È un segnale preoccupante, che mostra come la crisi climatica, pur riconosciuta da tutti come urgente, fatichi ancora a tradursi in priorità politica globale.

Nel discorso inaugurale, Lula ha voluto parlare con franchezza. Ha condannato i negazionisti climatici, accusandoli di alimentare una nuova forma di oscurantismo che mette a rischio il futuro collettivo, e ha richiamato la comunità internazionale alla coerenza. “È inaccettabile – ha detto – che il mondo continui a investire somme colossali nella produzione di armi mentre non riesce a garantire risorse adeguate per la protezione del pianeta”. Ha invocato una “finanza etica”, che sappia orientare capitali verso progetti di tutela ambientale e sviluppo sostenibile, invece di sostenere industrie che alimentano guerra e distruzione.

Eppure, la distanza fra le parole e i fatti resta grande. Il decennio trascorso da Parigi ha visto promesse non mantenute, obiettivi rinviati, e una transizione energetica che procede con lentezza. L’espansione delle fonti rinnovabili è ancora insufficiente, mentre il consumo di carbone, petrolio e gas continua a crescere in molti paesi. La comunità scientifica avverte che siamo già oltre la soglia di sicurezza per il clima, ma la politica mondiale sembra ancora ancorata a logiche di breve periodo.

TROPICAL FOREST FOREVER

In questo scenario si inserisce una delle iniziative più discusse e potenzialmente innovative della conferenza: il Fondo per le Foreste Tropicali per Sempre (Tropical Forests Forever Facility, TFFF), proposto e fortemente sostenuto dal Brasile. Il fondo intende creare un nuovo modello di finanziamento per la conservazione delle foreste, basato su un sistema di investimenti pubblici e privati che garantisca pagamenti regolari ai paesi impegnati a mantenere bassi i livelli di deforestazione. Un meccanismo che mira a trasformare la tutela delle foreste in un’attività economicamente sostenibile, premiando chi conserva invece di chi distrugge.

Il progetto ha raccolto l’adesione di oltre cinquanta paesi e ha già ottenuto impegni per circa 5,5 miliardi di dollari. Il coordinamento sarà affidato in una prima fase alla Banca Mondiale, con l’obiettivo di mobilitare fino a 125 miliardi di dollari nei prossimi anni. Si tratta di una proposta ambiziosa, che potrebbe segnare un cambio di paradigma nella finanza climatica. Tuttavia, non mancano le perplessità: il rischio che il peso dei mercati finanziari prevalga sugli obiettivi ambientali, la necessità di sistemi di controllo trasparenti e la dipendenza dalle fluttuazioni economiche internazionali.

Tra i paesi che finora non hanno aderito al fondo figura anche l’Italia, una scelta che suscita dispiacere e interrogativi. In un momento in cui la difesa delle foreste tropicali diventa un banco di prova della credibilità climatica dei paesi industrializzati, l’assenza italiana appare come un’occasione mancata. A questo si aggiunge una politica nazionale ancora sbilanciata verso i biocarburanti, che in molti casi finiscono per incentivare la conversione di foreste e aree naturali in coltivazioni intensive, aggravando il problema anziché risolverlo.

L’attenzione sulle foreste tropicali non è casuale. Esse rappresentano uno dei pilastri fondamentali del sistema climatico terrestre: assorbono miliardi di tonnellate di CO₂, ospitano la maggior parte della biodiversità mondiale e sono fonte di vita e sostentamento per milioni di persone. Non è quindi sorprendente che, accanto ai grandi dibattiti diplomatici, vi sia anche un profondo movimento civile che da anni lavora per la loro difesa.

Tra questi attori c’è anche Foreste per Sempre ODV, che fin dagli anni Novanta opera per la protezione delle foreste tropicali, con progetti in Costa Rica, Amazzonia e Madagascar. “Forest Forever” non è soltanto il titolo del nuovo fondo proposto a Belém: è da sempre il motto che ispira l’azione di Foreste per Sempre, a testimonianza di una coerenza che unisce il pensiero e la pratica. L’associazione, anticipando di decenni le attuali discussioni internazionali, ha sostenuto fin dai primi anni Duemila i programmi di pagamenti per i servizi ambientali (PSA), un modello che oggi trova nel TFFF la sua naturale evoluzione globale.

La COP30 di Belém, dunque, non è solo un vertice tecnico. È un momento di verità per l’intera umanità: la prova se la comunità internazionale sarà in grado di passare dalle dichiarazioni agli impegni concreti, e se riuscirà a riconoscere nelle foreste tropicali non una risorsa da sfruttare, ma una condizione essenziale per la sopravvivenza del pianeta.