COP30 Global Mutirão

COP30 e il “Global Mutirão”: tra ambizione, geopolitica e contraddizioni – Italia compresa

La COP30 di Belém, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, è forse una delle conferenze sul clima più simboliche degli ultimi anni. Non solo perché si tiene in un territorio cruciale per il futuro climatico del pianeta, ma perché introduce un concetto che ne riassume l’essenza: mutirão, parola brasiliana che indica un lavoro collettivo, una mobilitazione della comunità per un obiettivo comune.
E l’obiettivo, almeno nelle intenzioni, è storico: costruire una roadmap globale per l’abbandono dei combustibili fossili, accompagnata da un aumento significativo della finanza climatica per i Paesi più vulnerabili.

Un fronte globale per abbandonare i fossili

Oltre 80 Paesi sostengono il percorso verso il phase-out dei combustibili fossili, riconosciuto come condizione necessaria per contenere l’aumento della temperatura entro 1,5°C.
Parallelamente, il Sud globale chiede con forza che i finanziamenti per l’adattamento siano triplicati entro il 2030, perché milioni di persone stanno già pagando il prezzo di una crisi che hanno contribuito ben poco a creare.

La proposta, però, trova ostacoli significativi:

  • i Paesi produttori di petrolio,
  • alcuni Paesi ricchi timorosi dei costi economici della transizione,
  • e una pressione costante delle lobby fossili, che a Belém sono presenti in numeri record.

ONG come 350.org e molti movimenti giovanili avvertono che senza vincoli chiari e date precise, la roadmap rischia di trasformarsi in un grande annuncio privo della forza necessaria per cambiare davvero il sistema energetico globale.

La grande assenza degli Stati Uniti

Il quadro geopolitico della COP30 è segnato anche da una importante assenza: gli Stati Uniti.
L’amministrazione Trump ha scelto di non inviare rappresentanti di alto livello, e questo pesa non solo diplomaticamente, ma simbolicamente. Trump ha più volte definito il cambiamento climatico una truffa, una posizione che continua a influenzare settori della politica americana e lascia il mondo senza la guida del principale produttore storico di emissioni.

Alcune figure politiche statunitensi – come il governatore della California Gavin Newsom o il senatore Sheldon Whitehouse – sono presenti a Belém per testimoniare l’esistenza di una “seconda America”, impegnata nel multilateralismo climatico.
Ma il vuoto lasciato dalla Casa Bianca resta evidente, e molti delegati lo interpretano come una forma di negazionismo istituzionale, in un momento storico in cui ogni ritardo pesa.

L’Italia alla COP30: protagonismo finanziario, timidezza politica

Anche l’Italia entra in questa COP con una posizione che potremmo definire ambiziosa nei numeri, prudente nelle scelte, e talvolta contraddittoria.

Il governo ha annunciato di aver stanziato 3,44 miliardi di euro in finanza climatica, superando il target del G20. Si tratta di un segnale importante e riconosciuto a livello internazionale.

Al tempo stesso, però, l’Italia punta in modo molto marcato sui biocarburanti, diventando leader – insieme a Brasile, Giappone e India – nel cosiddetto “Belém 4X Pledge”, che mira a quadruplicare la produzione mondiale di biocarburanti entro il 2035.

Questa scelta, però, apre questioni delicate:

  • molti biocarburanti possono avere impronte ambientali elevate, sia in termini di CO₂ che di uso di acqua, terra e foreste;
  • alcuni studi indicano che in diversi casi i biocombustibili possono generare più emissioni di quelle che sostituiscono;
  • il rischio è quello di ritardare la vera trasformazione della mobilità, anziché accelerarla.

Il ministro Tajani ha sottolineato la necessità di una transizione “realistica e socialmente sostenibile”, avvertendo contro obiettivi “ideologici”.
Una posizione che si inserisce in uno scenario complesso, ma che viene letta da molti osservatori come troppo attendista: nel Climate Change Performance Index la performance climatica italiana occupa il 46° posto a livello mondiale, segnalando una distanza tra obiettivi e impatto reale delle politiche.

Mutirão: simbolo di una speranza

Il concetto di mutirão rimane dunque la cifra simbolica della COP30: lavorare insieme, non solo tra Paesi ricchi e poveri, ma anche tra generazioni, attori politici, scienza, movimenti e comunità che già vivono sulla propria pelle gli effetti della crisi climatica.

Perché, al di là degli annunci, la domanda che resta sospesa è una:

riusciremo finalmente a trasformare gli impegni in azioni concrete e vincolanti?

Il mutirão rappresenta una speranza reale, ma il tempo per sperare sta finendo:
oggi serve soprattutto decidere, investire, e cambiare.