Cambiamenti Climatici il monito del 2003

L’estate che avremmo dovuto ricordare:
il monito del 2003 e quello, inascoltato, di oggi

C’è un articolo che vale la pena leggere con attenzione, ed è quello firmato dal nostro socio Luca Lombroso su Valori.it, dal titolo:
“Caldo estremo: l’estate del 2003 ci aveva già avvertiti. Perché non abbiamo ascoltato?”.
Lo trovate qui: https://valori.it/estate-2003-cambiamenti-climatici-monito/.

Lombroso ripercorre un filo che parte da lontano, molto più lontano di quanto si pensi. Già nel 1896 lo scienziato svedese Svante Arrhenius aveva dimostrato, con un rigore che ancora oggi sorprende, che l’aumento di anidride carbonica in atmosfera fa crescere la temperatura del pianeta. Nel 1912 persino una rivista divulgativa come Popular Mechanics metteva in guardia sugli effetti del carbone bruciato su scala industriale. Negli anni Cinquanta Revelle e Suess parlarono apertamente di un “esperimento geofisico” che l’umanità stava conducendo su se stessa, mentre nel 1958 fu perfino un regista premio Oscar, Frank Capra, a spiegare al grande pubblico americano cosa avrebbe comportato l’aumento della CO2. Insomma, la scienza ci ha avvertiti per oltre un secolo. Poi arrivò l’estate del 2003, con la sua scia di oltre 70mila morti in Europa e temperature che i climatologi, all’epoca, faticavano perfino a validare perché sembravano un errore di misurazione. Da lì lo studio di Christoph Schär su Nature, che dimostrò come basti un piccolo spostamento della temperatura media per rendere “normali” eventi un tempo giudicati eccezionali. Un monito che, scrive Lombroso, guardando all’estate rovente che stiamo vivendo nel 2026, non abbiamo ancora saputo ascoltare fino in fondo.

Le tappe di una consapevolezza che non si è tradotta in azione

Dentro questa storia lunga un secolo ci sono alcuni passaggi che meritano di essere ricordati, perché segnano il momento in cui la scienza del clima ha iniziato a diventare anche una questione politica e istituzionale.

Il primo è la nascita dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, istituito nel 1988 su impulso delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione meteorologica mondiale sulla base di prove scientifiche ormai solide, proprio mentre lo scienziato della Nasa James Hansen testimoniava davanti al Senato americano di essere “praticamente certo” che il riscaldamento in corso fosse causato dall’uomo. L’IPCC non fa ricerca in proprio ma raccoglie, valuta e sintetizza lo stato delle conoscenze scientifiche sul clima per governi e decisori politici di tutto il mondo: un lavoro riconosciuto nel 2007 con il Premio Nobel per la Pace, condiviso con Al Gore.

Pochi anni dopo, nel 1992, si tenne il Summit della Terra di Rio de Janeiro, il primo grande vertice in cui la comunità internazionale mise nero su bianco l’urgenza di affrontare i cambiamenti climatici, gettando le basi della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la stessa cornice da cui nascono ancora oggi le Conferenze delle Parti, le COP.

Da Rio nacque poi il Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997 ed entrato finalmente in vigore nel 2005: il primo trattato internazionale che stabiliva obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di gas serra per i Paesi industrializzati. Un passo storico, seppure limitato, e seguito da un percorso che i fatti ci dicono essere stato troppo lento: come ricorda Lombroso, dal summit di Rio a oggi le emissioni globali di CO2 sono cresciute del 68%.

Non più avvertimenti, ma fatti sotto i nostri occhi

Quello che un tempo era un monito della scienza, oggi è una realtà che tocca la vita di tutti. Ondate di calore che arrivano già a maggio, città che restano per giorni sopra i 37 gradi, eventi estremi che si susseguono con una frequenza che solo pochi decenni fa sarebbe stata considerata impossibile. Non stiamo più parlando di scenari futuri: stiamo parlando di quello che accade ogni estate, sempre più spesso e sempre più intenso.

A questi cambiamenti dobbiamo certamente adattarci. Ma adattarsi non significa adagiarsi, rassegnarsi, abituarsi come la proverbiale rana nell’acqua che si scalda lentamente senza accorgersene. Adattarsi senza mitigare significa solo rincorrere l’emergenza, un anno dopo l’altro, con conseguenze sempre più gravi per le persone, per gli ecosistemi, per le prossime generazioni.

Ed è qui che arriva il punto più difficile da accettare: le buone abitudini individuali, per quanto importanti e necessarie, non bastano più. Non possiamo più permetterci una politica indifferente, tantomeno negazionista o incompetente. Serve scegliere, con il voto e con la partecipazione, persone con la schiena dritta, capaci di mettere al centro la nostra casa comune, fatta di ambiente, natura, biodiversità e umanità, e non il tornaconto di pochi. Il tempo delle scuse è finito: ora è il momento di agire, con decisione, a ogni livello.

Luca Lombroso, nel suo articolo, non usa mezzi termini: “La vera causa dell’estate rovente ancora in corso non sono i cambiamenti climatici in sé […] La causa vera è l’inazione, l’indifferenza della politica”. E se proprio si vogliono cercare colpe, il dito va puntato contro l’azione ostinata delle lobby dei combustibili fossili, contro il negazionismo climatico e, un po’, anche contro i nostri bias collettivi: quello della normalità, che ci fa considerare normale ciò che normale non è, e quello della rana bollita, che ci porta ad adattarci gradualmente a mutamenti sempre più profondi senza reagire.

Il contributo di Foreste per Sempre OdV

In questo scenario, associazioni come la nostra portano avanti da anni un impegno concreto, fatto di scelte precise e di relazioni costruite nel tempo. Foreste per Sempre è attiva in questo ambito fin dal 1994, quando nacquero i primi accordi e le prime collaborazioni in Costa Rica per la tutela delle foreste tropicali. Da lì il nostro impegno si è esteso, nel 2000, alla protezione della foresta amazzonica nella regione dello Xixuau, in Brasile, un territorio di straordinaria ricchezza di biodiversità. E ancora, nel 2017, ai progetti di riforestazione in Madagascar, dove la deforestazione mette a rischio ecosistemi unici al mondo e le comunità che ne dipendono.

Sono progetti che continuano ancora oggi, giorno dopo giorno, perché proteggere le foreste significa proteggere uno degli alleati più potenti che abbiamo nella lotta ai cambiamenti climatici: la capacità della natura di assorbire CO2, custodire biodiversità e mantenere in equilibrio il clima del pianeta.

Foreste per Sempre ODV ha compreso, prima di molti altri, che la protezione delle foreste è uno degli strumenti più efficaci per contrastare i cambiamenti climatici. E lo ha fatto non con le parole, ma con i fatti: piantando alberi, proteggendo ecosistemi, collaborando con le comunità locali. Un esempio concreto di come si possa fare la differenza, anche quando le istituzioni tardano ad agire.

La scienza ci ha avvertiti per oltre un secolo. Ora tocca a tutti noi, cittadini, associazioni e soprattutto istituzioni, trasformare quell’avvertimento in azione.

Perché il tempo delle scuse è finito. Il tempo delle promesse è finito. È il tempo delle scelte. E noi, come cittadini, abbiamo il dovere di scegliere da che parte stare

Se vuoi incominciare ora con una azione concreta sostieni Foreste per Sempre OdV con una donazione.

Scopri come fare.

Unisci l’utile al dilettevole: visitando lo Xixuau avrai l’opportunità unica di conoscere da vicino i guardiani della foresta, scoprendo le loro storie e il loro impegno quotidiano, e allo stesso tempo potrai sostenerli attivamente nel loro prezioso lavoro di tutela ambientale.

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