Dalla COP17 in Armenia alla COP31 in Turchia
Dalla cop17 sulla biodiversità in armenia alla…

Dalla conferenza di Yerevan, in Armenia, appena conclusa, al prossimo appuntamento sul clima di Antalya, in Turchia. Due vertici internazionali, un’unica grande sfida: trasformare gli impegni per salvare il pianeta in azioni concrete. Perché senza foreste, ecosistemi sani e biodiversità non c’è futuro climatico possibile.
La perdita di biodiversità e il cambiamento climatico sono due emergenze strettamente connesse, che non possono più essere affrontate separatamente.
Dalla COP17 sulla biodiversità, appena conclusa a Yerevan, in Armenia, alla COP31 sul clima, in programma ad Antalya, in Turchia, la comunità internazionale è chiamata a trasformare gli impegni in risultati concreti. Ma tra obiettivi ambiziosi, risorse finanziarie insufficienti e interessi economici contrastanti, la strada da percorrere resta lunga.
C’è una questione fondamentale che non possiamo ignorare: proteggere la natura non significa semplicemente piantare alberi o finanziare nuovi progetti ambientali. Significa conservare le foreste mature, tutelare la biodiversità, ripristinare gli ecosistemi degradati e garantire che le risorse investite arrivino davvero a chi opera sul territorio.
Anche i nuovi strumenti finanziari, come i crediti di biodiversità, dovranno dimostrare di produrre benefici reali, evitando che burocrazia, certificazioni e intermediari assorbano risorse destinate alla tutela della natura.
In questo articolo analizziamo i risultati della COP17, le sfide della prossima COP31 e il ruolo fondamentale delle foreste nella lotta alla crisi climatica e alla perdita di biodiversità.
Perché il futuro del clima si decide anche nella sorte delle foreste che scegliamo di proteggere oggi.
👇🏻 Leggi l’articolo completo e scopri perché la natura non può più aspettare.
Si è conclusa il 31 ottobre a Yerevan, in Armenia, la COP17 sulla biodiversità, la diciassettesima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica.
Un appuntamento particolarmente importante perché, per la prima volta, la comunità internazionale ha fatto il bilancio complessivo dei progressi compiuti nell’attuazione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, l’accordo globale adottato nel 2022 con l’obiettivo di arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030.
Il risultato del bilancio non lascia molto spazio all’ottimismo: il mondo è ancora lontano dal raggiungere gli obiettivi stabiliti. Quasi tutte le 23 direttrici d’azione individuate dall’accordo richiedono un’accelerazione, mentre risorse economiche, strumenti di controllo e politiche nazionali restano insufficienti.
La conferenza si è conclusa con l’adozione del cosiddetto Yerevan Pathway, un percorso condiviso per accelerare l’attuazione degli impegni entro il 2030. Sono state approvate quasi cinquanta decisioni e sono stati annunciati nuovi finanziamenti per la conservazione della natura, per un valore complessivo vicino ai 2 miliardi di dollari.
Un risultato importante, ma che non deve nascondere la dimensione del problema: gli annunci finanziari, da soli, non garantiscono che gli ecosistemi vengano effettivamente protetti e ripristinati.
Quando si parla di biodiversità si tende a pensare alla salvaguardia delle specie rare o degli animali selvatici. È una visione troppo limitata.
La biodiversità riguarda direttamente la nostra vita quotidiana, la salute, l’economia e la sicurezza delle comunità.
Gli ecosistemi naturali svolgono gratuitamente funzioni indispensabili:
Una foresta non è soltanto un insieme di alberi. È una rete complessa di organismi, relazioni ecologiche, suoli, acqua e microrganismi. È un sistema vivente che contribuisce alla stabilità degli equilibri naturali e offre servizi fondamentali anche a chi vive a centinaia o migliaia di chilometri di distanza.
Quando distruggiamo un habitat, impoveriamo un suolo o compromettiamo un ecosistema, non perdiamo soltanto una parte della ricchezza naturale del pianeta: riduciamo anche la sua capacità di sostenerci e proteggerci.
Uno dei nodi centrali affrontati a Yerevan è stato il divario tra le risorse necessarie per proteggere la biodiversità e quelle effettivamente disponibili.
Il quadro globale Kunming-Montreal prevede di mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, provenienti da fonti pubbliche e private. Un obiettivo ambizioso, che comprende anche il trasferimento di risorse verso i Paesi in via di sviluppo.
Ma il problema non è soltanto trovare nuovi finanziamenti. Occorre soprattutto cambiare la direzione di una parte consistente delle risorse economiche oggi destinate ad attività che danneggiano la natura.
Sussidi dannosi, consumo indiscriminato di suolo, deforestazione, agricoltura intensiva e sfruttamento insostenibile delle risorse naturali continuano ad alimentare la perdita di biodiversità.
Il paradosso è evidente: da una parte investiamo per proteggere gli ecosistemi, dall’altra continuiamo a finanziare attività che li compromettono.
La COP17 ha richiamato proprio la necessità di riformare questi incentivi e di integrare la tutela della natura nelle politiche economiche, agricole, industriali e finanziarie.
Anche il settore privato è chiamato a svolgere un ruolo sempre più importante.
Le imprese dipendono direttamente dalle risorse naturali e dai servizi ecosistemici, ma per lungo tempo hanno considerato la biodiversità un fattore esterno alle proprie strategie economiche.
Oggi questa impostazione non è più sostenibile.
La perdita di fertilità dei terreni, la scarsità d’acqua, la scomparsa degli impollinatori e il degrado degli ecosistemi rappresentano rischi concreti per interi settori produttivi.
Diventa quindi necessario sviluppare investimenti capaci di favorire la conservazione degli habitat, il ripristino delle aree degradate e la diffusione di filiere agricole e forestali sostenibili.
In questo contesto si stanno sviluppando anche nuovi strumenti, come i cosiddetti crediti di biodiversità, che intendono attribuire un valore economico ai benefici prodotti dagli interventi di conservazione e ripristino degli ecosistemi.
Si tratta tuttavia di strumenti ancora in evoluzione, che richiedono regole scientifiche rigorose, sistemi di certificazione affidabili e verifiche indipendenti. Ma c’è un altro aspetto da non sottovalutare: questi meccanismi non devono trasformarsi in strutture elefantiache, nelle quali società di certificazione, consulenti, intermediari e organismi di verifica assorbono una parte consistente, se non prevalente, delle risorse disponibili. Il rischio concreto è che solo una quota residuale dei finanziamenti raggiunga effettivamente gli ambienti naturali e le persone e le organizzazioni che operano quotidianamente sul territorio per proteggerli e ripristinarli. Favorendo inoltre esclusivamente le grandi organizzazioni e rendendo di fatto impossibile la partecipazione a quelle piccole, che sono invece le realtà più capaci di integrarsi efficacemente con il territorio oggetto del progetto.
Anche l’efficacia degli interventi deve essere valutata con grande attenzione. Non basta dichiarare un aumento della superficie vegetata o il numero di alberi messi a dimora per poter parlare di un reale beneficio per la biodiversità. Una monocoltura arborea, per esempio, può contribuire ad aumentare la copertura forestale e tuttavia offrire un valore ecologico molto limitato rispetto a una foresta naturale, ricca di specie diverse e di habitat complessi.
Il vero risultato non deve essere il numero di crediti generati, di certificazioni rilasciate o di procedure completate, ma il miglioramento concreto e duraturo degli ecosistemi. Servono quindi strumenti semplici, trasparenti e proporzionati, capaci di garantire che la maggior parte delle risorse disponibili si traduca in benefici reali per la natura.
La tutela degli ecosistemi non può diventare una semplice compensazione contabile, né un nuovo mercato nel quale gli intermediari prosperano più degli ambienti naturali che si vorrebbero salvare.
Ma siamo proprio sicuri che per attribuire un valore economico alla biodiversità sia necessario inventare nuovi strumenti finanziari e costruire complessi sistemi di certificazione?
In realtà esistono già esperienze consolidate, come i Pagamenti per i Servizi Ambientali (PSA), che riconoscono economicamente il valore dei benefici che gli ecosistemi forestali offrono alla collettività.
Le foreste, infatti, non producono soltanto legname e non sono importanti esclusivamente per la loro capacità di assorbire CO₂. Tra i numerosi servizi ecosistemici che offrono troviamo:
Proteggere una foresta significa quindi tutelare contemporaneamente tutti questi benefici, non soltanto uno di essi.
È proprio su questo principio che si basa l’esperienza dei PSA promossa da Foreste per sempre. Attraverso i progetti di conservazione vengono riconosciuti i servizi ambientali forniti dalle foreste e generati i relativi Certificati di Pagamento dei Servizi Ambientali (CSA), strumenti che contribuiscono a sostenere economicamente la protezione degli ecosistemi e le comunità che vivono nei territori interessati.
Si tratta di un’esperienza che ha trovato una prima importante applicazione in Costa Rica, Paese che ha sviluppato un sistema nazionale di pagamenti per i servizi ambientali, e che Foreste per sempre ha contribuito a estendere attraverso progetti di conservazione anche in altri Paesi, tra cui il Madagascar.
Queste esperienze dimostrano che è possibile attribuire un valore concreto ai servizi offerti dalla natura senza perdere di vista l’obiettivo principale: far arrivare le risorse alla conservazione degli ambienti naturali e alle popolazioni che contribuiscono a proteggerli.
I nuovi crediti di biodiversità potranno eventualmente rappresentare un’evoluzione di questi strumenti, ma dovrebbero valorizzare le esperienze già esistenti, anziché moltiplicare procedure, certificazioni e intermediari.
La vera innovazione non consiste nel creare nuovi mercati, ma nel trovare modalità efficaci, trasparenti e sostenibili per finanziare la conservazione della natura.
Perché una foresta protetta, con la sua biodiversità e tutti i servizi ecosistemici che offre, produce un valore che va ben oltre qualsiasi certificato.
Per approfondire l’esperienza di Foreste per sempre nei Pagamenti per i Servizi Ambientali e conoscere i Certificati PSA, visita la pagina dedicata. 👉🏻
È probabilmente questo il messaggio più importante che emerge dal confronto tra le politiche internazionali sulla biodiversità e quelle sul clima.
Non possiamo combattere il cambiamento climatico distruggendo gli ecosistemi che ci aiutano a contrastarlo.
Le foreste, le torbiere, le zone umide, le praterie e gli ambienti marini svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione del clima. Assorbono e immagazzinano carbonio, proteggono i suoli, regolano il ciclo dell’acqua e contribuiscono a ridurre gli effetti degli eventi estremi.
Ma non tutte le soluzioni che vengono presentate come climaticamente sostenibili sono necessariamente positive per la biodiversità.
Come detto in precedenza, non tutte le formazioni arboree hanno lo stesso valore ecologico. Una piantagione artificiale di alberi, soprattutto se costituita da un’unica specie, non equivale a una foresta naturale. Quest’ultima è il risultato di processi ecologici sviluppatisi nel corso di decenni o addirittura secoli: ospita una grande varietà di specie vegetali e animali, presenta alberi di età e dimensioni differenti, comprende legno morto, cavità, sottobosco e una complessa rete di organismi che vivono nel suolo.
Conservare una foresta matura significa proteggere un patrimonio naturale difficilmente ricostruibile. I suoi alberi più grandi immagazzinano importanti quantità di carbonio, mentre il suolo, spesso ricco di sostanza organica, costituisce un prezioso serbatoio di carbonio e contribuisce alla regolazione del ciclo dell’acqua. La diversità degli habitat offre rifugio e nutrimento a numerose specie, favorisce le relazioni ecologiche e rende l’ecosistema più articolato e resiliente.
Per questo la conservazione delle foreste mature e degli ecosistemi forestali ancora integri deve rappresentare una priorità assoluta. Altrettanto importante è favorire la loro espansione naturale, proteggendo le aree circostanti e creando le condizioni perché la rigenerazione spontanea possa svilupparsi. Dove necessario, interventi di ripristino mirati possono accelerare il recupero delle aree degradate, privilegiando specie autoctone e la ricostituzione della complessità ecologica, basandosi sulle caratteristiche naturali dei luoghi.
Piantare alberi può essere utile, ma non deve diventare un obiettivo fine a sé stesso né un sostituto della protezione delle foreste esistenti. Una foresta matura non si misura soltanto in alberi o metri cubi di legname, ma nella ricchezza di vita, nelle relazioni ecologiche e nei servizi che è in grado di offrire. E ciò che abbiamo impiegato secoli a costruire non possiamo pensare di ricrearlo semplicemente piantando nuovi alberi.
Il cambiamento climatico, a sua volta, mette a rischio proprio questi ambienti: siccità, incendi, ondate di calore, alluvioni e alterazioni delle precipitazioni possono compromettere la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi.
Le due crisi si alimentano reciprocamente. Affrontarne una ignorando l’altra significa compromettere anche le possibilità di successo.
A pochi giorni dalla conclusione della COP17, l’attenzione internazionale si sposta ora sulla COP31 sul clima, in programma dal 9 al 20 novembre 2026 ad Antalya, in Turchia.
Sarà un nuovo appuntamento cruciale per verificare la capacità dei governi di accelerare l’attuazione dell’Accordo di Parigi e affrontare una crisi climatica che continua a produrre conseguenze sempre più evidenti.
Sul tavolo dei negoziati ci saranno la riduzione delle emissioni di gas serra, il finanziamento della transizione energetica, il sostegno ai Paesi più vulnerabili, le strategie di adattamento e la protezione delle comunità esposte agli eventi climatici estremi.
Un elemento di particolare rilievo sarà il nuovo scenario geopolitico. Dal 27 gennaio 2026 gli Stati Uniti non sono più Parte dell’Accordo di Parigi, in seguito al completamento della procedura di ritiro. La loro assenza come Parte negoziale dell’accordo rappresenta un elemento di forte criticità, considerando il peso economico e climatico degli Stati Uniti e il loro ruolo storico nella finanza climatica internazionale.
In questo contesto cresceranno le responsabilità delle altre grandi economie, a partire dall’Unione Europea e dalla Cina, chiamate a contribuire in maniera determinante alla cooperazione internazionale.
Ma Antalya dovrà affrontare anche una questione più ampia: il rapporto tra le strategie di mitigazione climatica e la salvaguardia della natura.
Non basta ridurre le emissioni se, contemporaneamente, continuiamo a distruggere foreste, consumare suolo e compromettere gli equilibri ecologici. La transizione energetica e quella ecologica devono procedere insieme, evitando che le soluzioni adottate per risolvere un problema ne generino altri.
Le due conferenze, quella sulla biodiversità in Armenia e quella sul clima in Turchia, rappresentano momenti diversi di una stessa sfida.
La COP17 ha mostrato quanto siamo lontani dagli obiettivi di conservazione della natura fissati per il 2030. La COP31 dovrà dimostrare se esiste una reale volontà politica di accelerare anche la risposta alla crisi climatica.
Il problema non è più la mancanza di conoscenze scientifiche. Sappiamo quali sono le cause della perdita di biodiversità, conosciamo gli effetti delle emissioni di gas serra e disponiamo di numerose soluzioni per ridurre i danni e ripristinare gli ecosistemi.
Ciò che continua a mancare è la capacità di trasformare queste conoscenze in decisioni politiche coerenti, investimenti adeguati e interventi concreti.
Per un’associazione come Foreste per sempre, impegnata nella difesa del patrimonio forestale e nella sensibilizzazione ambientale, il messaggio è particolarmente chiaro: la salvaguardia delle foreste non può essere considerata un obiettivo secondario o una semplice questione di tutela paesaggistica.
Proteggere una foresta significa difendere la biodiversità, custodire riserve di carbonio, preservare il ciclo dell’acqua, proteggere il suolo e mantenere in equilibrio sistemi naturali dai quali dipende anche il nostro benessere.
Significa, soprattutto, riconoscere che la natura non è una risorsa inesauribile da utilizzare secondo le esigenze del momento, ma il patrimonio comune sul quale si fonda ogni possibilità di sviluppo.
Il tempo delle dichiarazioni è finito.
Non possiamo più accontentarci di nuovi accordi, obiettivi lontani e promesse solenni. Occorrono scelte coraggiose, risorse adeguate e interventi verificabili, a livello internazionale come nei nostri territori.
Perché il futuro del clima si decide anche nella sorte delle foreste che scegliamo di proteggere oggi. E ogni anno perduto rende più difficile, e più costoso, recuperare ciò che abbiamo distrutto.
La natura non può aspettare. E nemmeno noi.
🌱 Perché proteggere una foresta significa proteggere molto più degli alberi: significa difendere la vita.
💰Sostieni Foreste per Sempre